AI PIEDI DELL’ANNAPURNA

PAROLE E IMMAGINI DI ENRICO FIORASO DA THE PILL #24

Un paio di anni fa, lasciata l’Australia, mi sono imbarcato in un viaggio di qualche mese attraverso il sud-est asiatico. L’idea principale di quel peregrinare era di tornare in Europa senza fretta, saltellando sulla mappa costellata di paesi sconosciuti e destinazioni decisamente esotiche.

Durante la preparazione del viaggio, cosciente della variopinta e alle volte noiosa tipologia di gente che si può incontrare sulle rotte dei backpackers, cercavo degli itinerari che mi potessero dare qualcosa in più dello scatto perfetto o della bellezza accessibile in infradito. Qualcosa che potesse mettermi alla prova ma allo stesso tempo farmi connettere in maniera più profonda con il territorio circostante. Caratteristiche che difficilmente si amalgamavano in Australia, considerato il lifestyle decisamente facile del continente piatto e il freddo distacco degli Aussies.

Cosciente di questo mi sono focalizzato sull’Asia. Per la sua posizione geografica, e l’offerta culturale pressoché infinita, sembrava la destinazione perfetta. Terzani e London, con la loro audacia e voglia di vivere avevano gettato le basi dei miei viaggi mentali, era quindi giunto il momento di scoprire parte dell’enorme continente di persona.

Gli ultimi giorni a Sydney sono scivolati via veloci. La testa fluttuava mentre varie località di Indonesia, Malesia e India si aggiungevano all’itinerario. È stato proprio in quei giorni, con la testa china su Google Maps, che ho preso la decisione di visitare il Nepal. Tempo di raccogliere qualche informazione e la mente già piroettava su eroiche storie di ascensioni senza ossigeno, i famosi ottomila e la cultura buddhista a portata di mano. Da lì in poi il passo è stato veramente breve nel ritrovarsi a spulciare le pagine dedicate all’ Annapurna Circuit. Definito l’itinerario e recuperata l’attrezzatura adatta, ho iniziato a contattare eventuali compagni di viaggio su Trekking Partners.

La scelta si è rivelata fruttuosa e nel giro di qualche giorno ci eravamo già dati come punto di ritrovo l’Alobar 1000 di Kathmandu.

TRE SETTIMANE AI PIEDI DELL’ANNAPURNA

Sbrigate le pratiche burocratiche ci siamo diretti verso Besi Sahar, cittadina nel distretto di Lamjung da cui si inerpica il primo tratto del trekking. Dal diario di quel giorno:

“É stata una lunga giornata, sveglia alle 5 e taxi fino alla stazione per le vie di Kathmandu deserte. Una città che a quell’ora mostrava il suo lato più umile e povero. La gente intenta ad aprire i piccoli negozi di strada, a spolverare e pulire quel manto stradale malridotto. Qualcuno sbirciava dalle porte, altri gironzolavano. Uno scenario surreale, da dopoguerra. A zig-zag tra macerie, animali in libertà e immondizia di ogni genere.”

Dopo il lungo viaggio, condividiamo una jeep fino a Bhulbule (840m). All’alba inizia la lenta marcia. Il risveglio è dei migliori, le prime cime innevate spuntano in lontananza, ma con l’avanzare della giornata la pioggia ci costringe ad alcune tappe impreviste. Proseguiamo seguendo il corso del fiume Marsyangdi che ci guiderà fino a Manang. Attraversiamo villaggi di pietra, legno e lamiera, incrociando sguardi divertiti di bambini e pastori che portano le capre al pascolo. La piccola truppa internazionale avanza, e col tempo a nostro favore si iniziano a macinare chilometri e dislivello. Superiamo Syange (1100m), saliamo verso Tal (1700m) con la gente del luogo che ci saluta e ci invita a mangiare nelle lore case per racimolare qualche rupia. Ci fermiamo a Dharapani (1860m), snodo movimentato per chi si dirige verso la valle del Manaslu.

Così facendo i primi giorni di marcia se ne vanno via veloci. E iniziano le prime considerazioni. Il corpo comincia a dare dei segnali, il gruppo si amalgama e le gambe si mollano. Ci si accorge pure che lo zaino che ti ha accompagnato in tanti viaggi, forse non è proprio adatto a questo tipo di avventura. Ma poi vedi i nepalesi – con vecchie ciabatte malconce caricano 40–50 kg sulle spalle in ceste di vimini che si legano alla testa. E decidi di tenerti il dolore per te. La mente inizia a macinare pensieri legati al luogo in cui si trova. Gli occhi, irradiati di luce nuova analizzano scenari ed immagini mai viste prima.

Le domande si accavallano l’una sopra l’altra e per l’ennesima volta, vorresti solamente essere trattato come una persona normale invece di esser preso per il solito bancomat ambulante che distribuisce soldi in cambio di cibo e di un letto.

Vorresti entrare in contatto con queste persone dai volti segnati, che gentilmente ti offrono ospitalità, che ti cucinano quando arrivi la sera e alle cinque di mattina sono già ai fornelli per prepararti la colazione. Vorresti parlare a quelle donne con la pelle bruciata dal freddo, attorniate da sciami di bambini che corrono dentro e fuori le loro case. Ma purtroppo non è facile. E questa, forse, è la condizione non scritta che sta alla base del backpacking. Il viaggio alla fine non è altro che dentro di noi. Non si parte (solo) alla scoperta di altre culture. Si parte alla scoperta di se stessi. Perché il tempo è sempre tirato e la barriera linguistica inespugnabile difficilmente permette di abbozzare anche una minima forma di dialogo. Perlopiù qualche foto, un sorriso e molto spesso il silenzio, che forse basta e avanza.

NAMASTÉ! NAMASTÉ!

Si guarda avanti durante il cammino e questo suono echeggia al nostro passaggio. Così veloce e diretto, ma allo stesso tempo soave e gentile. Facile da comprendere e imparare perfino per noi occidentali. Vorrei tanto rispondergli. Dirgli che sono io a dovermi inchinare a loro, che mi fate passare tra le vostre terre, mi fate dormire nelle vostre case e mi date da mangiare. Quello che sto vivendo mi sta cambiando dentro, ma la voce dei bambini e dei locali non fa altro che ripetere Namasté (mi inchino a te). Che bel saluto penso, che bel modo di introdursi a una persona. Abbassando un pò il capo in segno di rispetto e usando entrambe le mani per maneggiare oggetti e soldi che vengono scambiati. C’è un profumo di umiltà. Sarà il nostro look inusuale o la maestosità delle cime che ci guardano dall’alto. Ma il lungo pellegrinaggio affievolisce le differenze, ti libera dal peso del tuo ruolo nella società e ti rende più buono con le persone che incontri. Namasté!

Avanziamo verso Chame (2670m), passando stupa immensi e colorati, salutando l’entrata e l’uscita di ogni villaggio facendo scorrere le nostre mani sulle ruote di preghiera, con campane e mantra che si lanciano liberi nel cielo azzurro. Proseguiamo verso Pisang (3300m). Scalinate di roccia si alternano a sentieri battuti, strade sterrate incrociano ponti sospesi. La vegetazione cambia: incontriamo campi di canapa selvatica, boschi di pini che pare il Canada e l’aria si fa man mano più fine. Le temperature scendono e i vestiti pesanti iniziano a formare sui nostri corpi quella tipica struttura a cipolla. I primi settemila spuntano dietro l’angolo. Attraversiamo Dhukure Phokari (3060m) e la sua foresta della pace; venditori ambulanti di formaggio di yak e cianfrusaglie occupano la strada, alcuni trekkers si fermano a contrattare. Noi ci godiamo il sole che scalda la pelle oltre i tremila metri. Sì, siamo sopra i tremila, d’ora in poi ci vorrà un pò più di attenzione. Il corpo consumerà più energia e l’ossigeno sarà sempre meno. Dovremo lasciare al nostro organismo il tempo di acclimatarsi. No rush. Ci hanno avvertiti a Kathmandu, con l’altitude sickness non si scherza. Ai primi segnali di malessere, scendere a quote più basse.

LA DIMORA DELLE NEVI

Raggiungiamo Upper Pisang (3300m) con la parete nord dell’Annapurna II (7937m) che ci guarda. Il villaggio in pietra sembra quasi abbandonato, ma non appena mettiamo piede tra le case diroccate alcuni vecchietti ci indicano la direzione verso un lodge. Docciati e riposati saliamo fino al gompa, dove il monaco ci accoglie guidandoci all’interno e offrendoci dell’ottimo tè. Ci godiamo una vista mozzafiato e un momento di pura tranquillità. Siamo nel cuore dell’Himalaya, “la dimora delle nevi”. Cime imbiancate toccano il cielo, incensi profumano l’aria e i colori sgargianti del monastero ci scaldano al ritmo di campane tibetane in lontananza.

Lasciato questo villaggio silenzioso e un pò spettrale ci dirigiamo lesti verso Manang (3540m), ultimo avamposto civilizzato prima di raggiungere i 4000 metri. La camminata procede bene, con qualche strappo di dislivello che mette a dura prova gambe e ginocchia. I paesaggi che si alternano sono incredibili, boschi di conifere lasciano il posto a vallate secche e inospitali. Le case in pietra quasi si confondono col paesaggio circostante, visibili solamente grazie alle bandiere colorate che aiutano l’occhio a distinguere zone abitate da formazioni rocciose millenarie. Pareti lunghissime e montagne minacciose ci guidano lungo il sentiero, l’Annapurna III (7555m) e il Gangapurna (7455m) fanno da guardia a Manang, ridente cittadina in cui ci fermiamo per un paio di giorni di riposo e acclimatazione. Il villaggio è ben conosciuto in zona in quanto crocevia di merci e persone che possono raggiungerlo non solo a piedi, ma pure con mezzi motorizzati. Nella via principale negozi di ogni genere vendono tours organizzati, alimenti e attrezzatura da montagna. I grandi marchi trovano posto su merce di bassa fattura Made in China. I trekkers si abbuffano di fried rice, dal bhat e birre, comprando il necessario per far fronte alla tirata che si prospetta nei giorni seguenti. In città l’atmosfera è decisamente viva, decine di lodges carichi di viaggiatori offrono ogni tipo di servizio.

Al secondo giorno di permanenza decidiamo di mantenerci attivi, e spingere un pò l’allenamento in vista dei cinquemila. Saliamo fino al lago del Gangapurna con i resti del ghiacciaio grigio e spaventoso. La valle è arida, la pietra di un colore giallastro. Il fiato corto ci manda un segnale di quello che ci aspetta nei prossimi giorni. La gente del paese sorride, ci guarda avanzare con passo lento e affaticato. Tutti sembrano tranquilli, consci del benessere che portano i trekkers di passaggio e la nuova strada in costruzione. Siamo a metà del giro. La mappa ci indica i prossimi giorni di marcia. Ora comincia il bello.

Lasciamo Manang la mattina presto. Dopo due giorni di riposo risulta decisamente faticoso rimettere lo zaino in spalla. Siamo rimasti in cinque del gruppo iniziale. Alcuni hanno mollato, altri non avevano lo stesso ritmo. In compenso abbiamo aggiunto un paio di ragazzi spagnoli e americani, con cui condividere il resto del viaggio. Le vallate che proseguono dopo Manang sono spettacolari. Il corso del fiume, come un serpente adagiato a fondo valle, si perde tra montagne che sembrano toccare il cielo. Vediamo i primi yak che ci lanciano occhiate furtive. Cervi corrono lungo il crinale.

Tanta bellezza e maestosità. Pura ammirazione per tutta questa vita che scorre lenta tra la natura Himalayana e ci lascia passare in maniera pacifica. Indescrivibile a parole. Ti senti sollevato su un piano diverso, quasi metafisico. Tutt’attorno regna un’armonia millenaria.

Arriviamo al lodge del Tilicho Lake Base Camp (4160m) dopo quasi sette ore di camminata. Più saliamo di quota e più lo zaino sembra pesare. Abbiamo passato lunghe pareti di roccia e ghiaia, decisamente pericolose. Ponti sospesi su cui gli animali avevano la precedenza. La testa gira un pò e pulsa forte.

TILICHO LAKE

Partenza verso le cinque di mattina per il Tilicho Lake, considerato tra i laghi più alti al mondo a circa cinquemila metri di altitudine. Il bel tempo e il cielo azzurro ci danno la forza di partire e affrontare questa lunga ascesa. Il fiato sembra mancare. I talloni pulsano. Chi l’avrebbe mai detto che camminare a queste altitudini sia così faticoso. Altro che le Dolomiti. Proseguiamo lentamente, il gruppo si disgrega e ognuno è intento a contare i propri passi. Vediamo la valle innevata avvicinarsi, sentiamo la meta dietro l’angolo. Dopo alcune lunghissime ore eccolo lì, il lago più alto al mondo. Completamente ghiacciato. Incastonato tra rocce grandi quanto grattacieli e nevi perenni. Silenzio. Il silenzio rotto solo dai nostri respiri. Ce l’abbiamo fatta. Una delle tappe più impervie è stata raggiunta e ci godiamo un panorama decisamente unico.

Dopo questa abbuffata di emozioni si torna al base camp. La discesa come al solito fa meno paura, le gambe sembrano rivitalizzate dalla botta di adrenalina. Degli yak curiosi ci osservano correre all’impazzata. L’indomani si riparte presto con una soffice neve che si posa su di noi. Silenziosi e concentrati ripercorriamo il ghiaione, ci fermiamo per un pò in un villaggio abbandonato dalle parti di Upper Kansarg e godiamo nuovamente della valle di Manang da un altro punto di vista. Proseguiamo rifocillati da un curry vegetariano. Attraversiamo Yak Kharka e non ci fermiamo, decisi a guadagnare metri verso il passo che sta davanti a noi. Quanti dolci pensieri e riflessioni porta il cammino. Sarà il lento incedere del corpo che culla la nostra testa pesante, come una madre culla il suo bambino. Ma i pensieri si fanno più leggeri, e ti fai delle domande che spaziano dalla religione, alla bellezza e perfino al tempo. Senza per forza darti delle risposte, sia chiaro. Solo cercando un confronto tra i propri dubbi e la maestosità del luogo che ti circonda. Forse avere tempo per se stessi significa proprio questo. Avere del tempo per lasciare liberi i propri pensieri. Senza frenarli o incatenarli.

“Vai, correte! Muovetevi liberi. Non abbiate paura! Qui ci siamo solo noi e le montagne. Nessuno vi reprimerà. Nessuno vi giudicherà.”

Chissà se i miei compagni di viaggio vivono lo stesso. Con gli asiatici non è facile oltrepassare il muro di gentilezza e cortesia. Sono di poche parole, preferiscono macinare chilometri invece di condividere pensieri personali. Per gli americani e canadesi invece everything is great o amazing. Oppure unbelievable. Queste tre parole vengono pronunciate un numero pari o superiore agli scatti delle loro GoPro. E ti rendi conto sulla tua pelle, da che parte dell’oceano siano nati i veri poeti. Padri di una cultura vera e sicuramente meno effimera. Nel delirio dell’altitudine gioisco al pensiero di essere italiano. O meglio, mi ritengo fortunato ad avere delle montagne simili a un’ora da casa e poter esprimere tale bellezza con un vocabolario così delicato e variegato.

MAMMA, AVEVI RAGIONE

Sopra i quattromila la testa continua a premere forte. Le temperature sono scese drasticamente e per dormire bisogna coprirsi con tutto il materiale nello zaino. Mamma, avevi ragione. Una maglietta in più ci stava, eccome. Camminiamo con calma, dopo una nottata passata a giocare a carte nella dining room con sudamericani e spagnoli. È assurdo come in queste occasioni ci sia un istinto nascosto che ti porta a condividere momenti del genere con una certa tipologia di persone piuttosto che un’altra. Per quasi tutte e due le settimane che siamo stati in giro la solita scena si ripeteva. Da una parte sudamericani, nordamericani e europei. Dall’altra asiatici. E dall’altra ancora israeliani. Senza farlo apposta, questi erano gli schieramenti nelle teahouses. Con qualche eccezione sicuramente, ma la folta fronda israeliana tendeva a comportarsi sempre nella stessa maniera. Grandi gruppi uniti e chiusi, donne e uomini piuttosto giovani che, appena terminato il servizio militare d’obbligo nel loro paese, si lanciavano in avventure al limite delle loro capacità tra le vette nepalesi. E se ne vantavano. Da chi percorreva il circuito dell’Annapurna di corsa con scarponi e senza allenamento adeguato, a ragazze che se ne sbattevano dell’altitude sickness e spingevano i limiti del loro corpo più del dovuto. Un lato negativo di questa esperienza è stato proprio questo. Trovare piccoli e grandi lodge completamente occupati da questa tipologia di giovani spavaldi, finalmente liberi dalla rigidità del periodo militare, che cozzavano letteralmente con l’ambiente circostante.

Arrivati a Thorung Phedi (4450m) ci imbattiamo in uno dei più bei lodge che si possano trovare lungo l’Annapurna Circuit. Ai piedi del Thorung La Base Camp un gruppo misto di ragazzi occidentali e nepalesi manda avanti questo piccolo villaggio, risorto letteralmente dalle ceneri dopo che nel 2012 bruciò quasi completamente per una fuga di gas. Una deliziosa pasticceria sforna dolci buonissimi che ci godiamo all’aperto, sotto un sole splendente, con il proprietario della struttura che maneggia un paio di chitarre. Partono pezzi di Bob Marley e Bon Iver. Il suono echeggia lontano, le nuvole corrono veloci di fronte a questi enormi massi. Siamo in una conca protetta a quasi cinquemila metri di altezza.

THORUNG LA PASS

Ultima tirata verso il Thorung La Base Camp, siamo a 4900 metri e l’enorme campo ospita decine, forse centinaia di trekkers. È una tappa obbligata prima del Thorung La Pass. Ci siamo. Questo famoso passaggio, che segna il punto più alto dell’intero trek, si trova oramai a pochi chilometri da noi. La sera prima dormiamo a fatica, l’altitudine ci rende stanchi e affaticati, la testa pulsa, il freddo ci avvolge nelle stanze spartane. Partiamo con il buio pestando la neve congelata, pian piano arriva il giorno e ci avviciniamo in fila indiana al passaggio tanto agognato. Verso le nove e mezzo di mattina un folto gruppetto di trekkers si abbraccia in lontananza. Abbiamo raggiunto il Thorung La Pass, siamo a 5416 metri! Posiamo gli zaini, respiriamo quest’aria così fresca e pulita saltellando a destra e sinistra come matti.

Ci fermiamo per un’oretta, foto di rito e caffè caldo. L’euforia dura poco, ci aspettano circa duemila metri di discesa fino a Muktinath, il primo (vero) villaggio che si trova nella regione del Lower Mustang. Scendiamo con nuvole minacciose che ci oscurano la vista, la valle in fondo si apre pian piano ai nostri occhi e un paesaggio arido e ben diverso ci accoglie tra le sue infinite braccia dorate. Arriviamo a Muktinath (3760m) nel pomeriggio. L’atmosfera è simpatica e accogliente, una playlist perfetta ci coccola di fronte al calore della stufa. Le gambe, provate dalla lunga giornata, mandano segnali poco rassicuranti e tremano da sole. Ma la parte più dura é oramai alle spalle. Lontano si stagliano villaggi quasi mitologici appoggiati su rocce rosse e gialle. L’Annapurna ci guarda da lontano con le nuvole che sembrano accarezzarlo dall’alto creando giochi di luce spettacolari.

È l’esperienza più profonda dei miei 27 anni di vita. Le cose guadagnate con lo sforzo fisico e la buona volontà sono sempre le migliori penso. E quello che vedo attraverso i miei occhi e sento attraverso il mio corpo ne è la prova.

Una tale sensazione non esiste nella vita normale, se non come ricompensa di un percorso simile. Non si può comprare una tale emozione. La si può solo costruire, passo dopo passo, sperando di poterla apprezzare nella sua interezza quando arriva.

Il sole buca le nuvole e sbatte sulle montagne. Se la vita fosse un oggetto tangibile vorrei tanto abbracciarla in questo momento. Ma mi limito a respirarla, viverla. Questo è quello che bisogna fare. Imparare a viverla, niente di più.

LOWER MUSTANG

Ripartiamo in mattinata dopo aver visitato il famoso tempio di Muktinath, luogo decisamente unico e venerato sia da buddisti che induisti, in cui gli elementi naturali e antropomorfi si fondono attorniati da una vegetazione atipica per l’altitudine in cui ci troviamo. Proseguiamo in queste vallate aride che somigliano al Grand Canyon. In due giorni siamo passati dalle nevi perenni a sabbie desertiche in una zona bassamente popolata ai piedi del Mustang.

Maciniamo un bel pò di chilometri e raggiungiamo Kagbeni (2840m), ridente cittadina in pieno fermento adagiata sulle sponde del fiume Kali Gandaki. Nonostante l’apparente siccità che sembra colpire la zona, il villaggio dispone di acqua corrente, campi coltivati di un verde acceso e torrenti artificiali che la attraversano formando un reticolo di stradine ordinate. Ritroviamo gli sguardi stupiti della gente del villaggio e colpiti dalla bellezza e vitalità del luogo decidiamo di sostare la notte in una teahouse deserta. Passeggiando per le strade ci trasformiamo in antropologi alle prime armi, scrutiamo le persone, scattiamo foto e ci immergiamo nella lenta vita di questo villaggio così affascinante. Dopo diversi giorni di marcia fa piacere poter rallentare e soffermarsi sui dettagli del luogo. Camminiamo liberi dallo zaino, tornando per qualche ora turisti inconsapevoli in un teatro così magico. Ne approfittiamo per acquistare del rum di dubbia provenienza e delle birre Everest. Ci concediamo questo sfizio e sorseggiamo godendo di una vista spettacolare dal tetto della camera.

 

Il giorno seguente partiamo dopo una copiosa colazione. Il dal bhat dalle proprietà magiche ci aiuta (“Dal Bhat Power, 24 Hours no shit no shower” recita il detto). Il cielo azzurro promette bene. Tiriamo fino a Jomson (2720m) camminando sul letto del fiume prosciugato. Siamo a un punto importante del cammino. Molta gente si ferma qui e ritorna verso Kathmandu in aereo, oppure prosegue per altre destinazioni del Nepal. Più ci avviciniamo e più sentiamo l’odore e il rumore di una vera città. Ne veniamo colpiti e quasi ci viene voglia di scappare. Camion stracarichi di gente, trattori, fuoristrada scassati ci passano lungo gli ultimi chilometri. A distanza si sentono aerei che vanno e vengono dal piccolo aeroporto cittadino. Siamo tornati alla civilizzazione. O almeno un sorta di essa. Dopo aver riposato qualche istante troviamo una jeep che ci porta fino a Ghasa, da lì contrattiamo un passaggio in un bus locale fino a Tatopani (1190m), dove ci sono delle popolari sorgenti di acqua calda in cui programmiamo di fermarci. Il viaggio in bus è a dir poco spaventoso. Musica hindi sparata a mille fa da contorno a una strada al limite della percorribilità. Il bus cigolante e sovraccarico sembra voler implodere. Da un lato la montagna, dall’altro il burrone. Incrociamo di tutto: trattori, bus, animali e gente in moto. Dalla camminata zen passiamo al terrore a quattro ruote. Avanziamo a passo d’uomo. Buchiamo. Sostituiamo la ruota e forse pure un perno. Guadiamo un torrente al limite del collasso e finalmente raggiungiamo Tatopani. Un’esperienza delirante che ricorderò per sempre.

L’indomani partiamo verso Ghorepani, una delle ultime destinazioni del cammino per passare a Poon Hill, famosa collina situata a poco più di tremila metri da cui si dovrebbe godere di una vista pazzesca sull’Annapurna e il Dhaulagiri. Siamo in quattro. La metà rispetto al gruppo partito da Kathmandu. Abbiamo recuperato e perso componenti lungo il tragitto, ma uno zoccolo duro resta unito e cerca di mantenere il giusto ritmo nonostante le temperature tropicali. Siamo scesi a mille metri, dove polvere, caldo e umidità la fanno da padrone e diventa quasi più difficile camminare in queste condizioni che sulle nevi di qualche giorno prima. La strada verso Ghorepani tira come una maledetta. Ghorepani (2750m) è un ridente villaggio che ospita molti trekkers che si avventurano in tours di pochi giorni partendo da Pokhara con lo scopo di salire a Poon Hill. All’alba decidiamo anche noi di raggiungere la nota collina. Il sole si fa vivo e pian piano le prime cime compaiono in lontananza. La visibilità rimane scarsa tutta la mattina e nonostante le quasi due ore di cammino, non riusciamo ad approfittare della famosa vista sulle cime himalayane. Ripartiamo per l’ultima tirata del lungo trekking. Questa volta boschi di pini e vallate verdissime ci riparano dalle folate di caldo, corsi d’acqua ci accompagnano lungo il tragitto e sentiamo la fine avvicinarsi. Ghandruk (1940m), con le sue risaie e le donne in costumi locali ci accoglie tra le sue vie arroccate. Qui l’etnia Gurung vive in simbiosi con il territorio. Terrazzamenti e coltivazioni riempiono gli occhi. Vallate infinite tutt’attorno. C’è chi sbatte il grano, chi porta gli animali al pascolo, chi si rilassa sulla porta di casa pulendo il riso. L’architettura locale è ben diversa dai villaggi visti in precedenza.

L’atmosfera è decisamente tranquilla e ci godiamo gli ultimi scorci dell’Annapurna Circuit. Domani è già tempo di riprendere il bus che ci porterà a Pokhara, dove il gruppo si dividerà.

  

VERSO POKHARA

Guardo le donne caricarsi questi enormi cesti di legna sulle spalle. E riconosco quanto l’uomo sia portato alla sofferenza. Siamo delle macchine calibrate per affrontare questo tipo di attività. E anzi, ne abbiamo quasi bisogno. Il nostro cammino è stato faticoso. Ma allo stesso tempo intenso e liberatorio. E ne è valsa la pena ad ogni istante. Ogni goccia di sudore versata aveva un senso. Siamo stati catapultati per tre settimane in un mondo diverso e affascinante. Il fisico pian piano si è abituato e la mente con esso. Tutto è andato per il meglio e non potevamo chiedere di più.

Penso che alla fine non siamo altro che visitatori di passaggio. Qui, come nella vita. Una vita che andrebbe vissuta più alla leggera, tornando a una frugalità che sta svanendo tra i fumi della vanità, dell’egoismo e dell’inutile. Dobbiamo ritrovare noi stessi e prenderci cura del prossimo. Poi con uno zaino e poche altre cose possiamo intraprendere la strada verso l’Essenziale e la Verità. Perché sì, alla fine raggiungere il punto geograficamente più alto della mia vita ha coinciso con il toccare i luoghi più profondi della mia anima. E forse questo, era lo scopo finale del viaggio.

“Camminare per me significa entrare nella natura. Ed è per questo che cammino lentamente, non corro quasi mai. La Natura per me non è un campo da ginnastica. Io vado per vedere, per sentire, con tutti i miei sensi. Così il mio spirito entra negli alberi, nel prato, nei fiori. Le alte montagne sono per me un sentimento.” Reinhold Messner